venerdì, maggio 09, 2008

Dopolavoristi 


Un tempo c'erano i blog personali come mezzo di espressione personale, poi sono entrati nella blogosfera i blog professionali e i corporate blog, strumenti di pubbliche relazioni di professionisti (ad esempio il mio blog) o di aziende.

Oggi si dibatte in rete di una "nuova" categoria di blog, quella dei dopolavoristi. Sono blog ibridi a cavallo tra il blog personale, il citizen journalist ed il blog di marketing, ma personale, rigorosamente autoreferenziale. Le blogstar investono sul proprio brand personale, ma a differenza dei veri marketing blog, non lo dichiarano, anzi lo negano con tutta la forza.

Sia chiaro nulla di male nell'autopromozione, il problema è che i dopolavoristi detestano il marketing, ma al contempo sono presenzialisti e si vedono in tutti gli eventi che contano, apparentemente per incontrare gli amici, ma durante tutto l'anno e rigorosamente in orari di lavoro. Sono ricchi di famiglia o stanno investendo?

Acuta l'analisi di Paul the Wine Guy che riporto integralmente:

Mi mettono tristezza. Quei neri immigrati, vestiti con la canotta di Kobe Bryant e la catena della bicicletta al collo. Quelli che sperano che qualcuno li confonda per afroamericani anziché più banalmente provenienti dal Ghana o dal Malawi. Una questione di somiglianza, a costo di rinnegare il bubu batik multicolor in cambio di un paio di pantaloni troppo larghi, nella speranza di mimetizzarsi in un mondo che non li vuole.

Tali e quali a quei blogger che si fingono giornalisti.
Che smarkettano come i giornalisti, che presenziano come i giornalisti. Le scimmiette addestrate con la nocciolina. Non sono molti, ma hanno il loro peso.

Nel 2003 Mantellini scrisse del “perché i giornalisti odiano i blog”: a rileggerlo, dopo anni, ci si accorge di quanto è cambiato.
In soli 5 anni i blogger si sono perfettamente integrati nel rutilante mondo del giornalismo da 4 soldi: presenziano, ricevono comunicati stampa, patteggiano omaggi, vendono opinioni, si scambiano inviti, si organizzano fra loro. Una piccola forza lavoro che si porta via a gratis o quasi.

La blogosfera italiana è – ipoteticamente - un meccanismo potenzialmente perfetto: in principio c’è la cricca del marketing, i PR, quelli che organizzano eventi e si fanno pagare dalle aziende per creare hype.


Gestiscono community, lusingano i blogger, sanno come ci si muove.
Condividono la loro commessa con tutti gli altri, selezionandoli per tipologia: ci sono i tecnologici, i politici, i tuttologi. Hai un prodotto? Loro ti forniscono solo i migliori blogger selezionati, profilati, pronti per evangelizzare alla modica cifra di quattro tartine. Come il tonno a filetti. Sono blogger anche loro, quelli del marketing. Sanno che ci si supporta, l’uno con l’altro, che non fa mai male scrivere bene di un altro blogger. Come si dice, cane non mangia cane. E poi ci sono quelli che ci sono sempre e comunque. Anche se non li si vuole, si auto-invitano.

Questi fanno parte del pacchetto promozionale, si tengono così.
Soldi? Zero. Si presenzia generalmente per un investimento futuro: qualche volta si riesce a fottere un gadget, o magari si riesce a fare una domanda ad un ex-vicepresidente degli Stati Uniti. Sono soddisfazioni. A volte si riesce persino a finire in TV. Orgoglio della mamma.

I blogger nel 2003 facevano di tutto pur di professare la totale estraneità con il mondo del giornalismo. Anzi. Si parlava di morte della professione, di un nuovo ordine del mondo dell’informazione. Qualcosa che arrivava dal basso. La voce del popolo, la controinformazione. Notizie di territorio, recensioni direttamente del consumatore.

Le notizie sui blog avevano preso credibilità, avevano convinto: le famose pecette di Macchianera, i blog che arrivavano prima dei giornali. Dopo 5 anni tutto è cambiato: fateci caso. Alcuni hanno tentato la carriera televisiva. Altri hanno iniziato a scrivere sulla carta stampata. Certi invece hanno preferito la radio. Certo, era fisiologico. Ma è sintomatico che chi arriva a conquistare un altro media – anche solo per un minuto – diventa automaticamente un eroe per tutti gli altri.

Sono convinto che molti blogger italiani vorrebbero – in cuor loro – costituire un ordine come quello dei giornalisti. Per questi Grillo è solo un populista, e il V-Day contro lo stato dell’informazione italiana è solo un meschino attacco ai fratelli della carta stampata.
Eh, i fratelli dell’informazione tradizionale. Anche loro sono diventati più amichevoli: basta non mettere la giacca che si ringiovanisce. Qualche vaffanculo, qualche provocazione. Sanno che si possono fare interi servizi aprendo la pagina dei più visti di YouTube.

Gli articoli si sono fatti più brevi, digeribili, con il linguaggio del popolo. E con tante, tante opinioni.
Tutti omologati - blogger e giornalisti - perché è così che deve funzionare. Come un milanese che si veste da africano.

I dopolavoristi sono forse alla ricerca della propria identità, fanno altro nella vita, sono radiologi, programmatori informatici o pensionati, ma ambiscono ad un secondo lavoro, al contrario degli opinionisti in televisione non sono remunerati e si accontentano di gadget e tartine, qualcuno di loro si stuferà, altri troveranno la loro vera identità e smetteranno di essere dopolavoristi.

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