mercoledì, novembre 19, 2008

Far morire i blog 


In questi ultimi anni si è parlato molto di blog, ma anche di You Tube, Facebook e degli altri strumenti del Social Web, forse troppo.

Qualcuno provocatoriamente ha scritto che i blog sono morti, la mia personale opinione è che i blog non sono più al centro.

Ho lungamente riflettuto sulla questione. Forse chi ha decretato la fine di un'era si è limitato ad esprimere un suo desiderio personale, forse potrebbe anche aver ragione.

Proviamo a pensare per un attimo alle conseguenze. Forse è auspicabile che si diffonda la consapevolezza che i blog sono morti, in tal modo "lo strumento scenderebbe dal piedistallo", questo permetterebbe di tornare ad occuparsi di ciò che è davvero importante: la comunicazione, la relazione, la creazione e la condivisione di significati, la ricerca di terreni comuni su cui confrontarsi.

C'è stato un momento in cui ritenevo che fosse un bene che ci fossero conferenze, workshop dedicati al "nuovo web", ora non ne sono più tanto convinto.

Si è parlato troppo di CRM e troppo poco di relazioni, troppo di strumenti di datamining e troppo poco di cultura del servizio. E' normale, è più facile cercare le "killer application" che mettere in discussioni radicati modi di pensare.

Forse è un bene che i blog muoiano nella memoria collettiva, così lo scrivere e leggere in rete, sarà un'attività considerata normale, con una sua grammatica da dover imparare.

E' responsabilità di chi comunica oggi utilizzare strumenti al passo con i tempi, ma soprattutto fare gli sforzi di comprendere l'evoluzione dei contesti in cui questi strumenti vengono utilizzati.

Non è obbligatorio aprire un blog o avere una presenza su Facebook, è possibile farne a meno, se non c'è una buona ragione per farlo, ma è invece molto importante trovare delle connessioni autentiche con i propri interlocutori e utilizzare un linguaggio comune.

Non sono gli strumenti di comunicazione che mancano, la conoscenza degli strumenti non implica la conoscenza della cultura per un loro corretto utilizzo.

E' su questo che oggi dobbiamo confrontarci per evitare i disastri, causati, da una mancata comprensione dei rispettivi punti di vista, più che da una cattiva volontà.

Il mercato dei clienti evolve rapidamente, intanto quello dell'offerta si interroga su chi debba prendersi la responsabilità di aiutare le imprese a comunicare di più e meglio in un periodo di transizione come quello che stiamo vivendo, in più caratterizzato da una grandissima crisi economica. (Le università, le concessionarie di pubblicità, le agenzie di comunicazione, il management delle imprese...)

Io non ho una risposta a questa domanda, ma so che il problema è molto serio e profondo. In politica, come nel mondo delle imprese, il divario digitale nasconde un divario ancora più grosso di natura culturale.

Quello che molti rifiutano di comprendere è che il vero problema è l'abbattimento degli steccati, il mancato ricambio generazionale, il manicheismo culturale, la contrapposizione ideologica a prescindere.

Se per risolvere tutto questo dobbiamo far morire i blog, allora non dobbiamo farci troppi problemi a dire:

è morto il blog, evviva il blog.

Credits per l'immagine

4 Comments:

Blogger Salvo Pinella said...

Sono cosi in accordo che mi sembra di "rileggere" alcune frasi di miei interventi sul tuo blog a proposito di cultura di servizio e cultura della comunicazione nelle imprese.

19/11/08 13:27  
Blogger Maurizio Goetz said...

Forse mi hai influenzato ;)

19/11/08 16:03  
Anonymous Marco Fontebasso said...

Queste "mode" sono la versione "reale" delle bolle...

Quando le bolle scoppiano solitamente i valori reali ne vengono premiati, quindi hai ragione no?

20/11/08 10:31  
Blogger Maurizio Goetz said...

Esattamente Marco, far morire il blog significa farlo rientrare nella normalità, premiando quindi i contenuti e non lo strumento.

20/11/08 14:07  

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