lunedì, marzo 31, 2008

Milano Expo 2015; un'occasione irripetibile (parte seconda) 


Non ci speravo proprio, non pensavo che Milano ce la facesse. Smirne ha lottato con grande determinazione, ma alla fine l'Expo si farà in Italia.

Qualche anno fa, lessi l'autobiografia di Raymond Ackerman, un grande imprenditore sudafricano che ha creato una catena di supermercati, considerati a ragione un gioiello, per il modo in cui i clienti sono tenuti in considerazione.

Ackerman, persona determinata e di grande carisma, ma anche poco diplomatica, ha portato a termine quasi ogni progetto che aveva in mente, anche quelli più difficili. Con grande delusione ha descritto nel suo libro di come non sia riuscito a portare le Olimpiadi in Sudafrica solo a causa di stupidi orgogli ed inutili rivalità nel comitato che presiedeva. Alla fine il Sudarfrica ha imparato la lezione.

A pochi minuti dall'annuncio, cominciano in Italia le polemiche, quando sarebbe invece il caso di unire le forze e considerare, la designazione di Milano, un'occasione unica ed irripetibile, di sviluppo per l'intero Paese.

Mi auguro che intorno al progetto si possano aggregare le migliori forze ed i migliori talenti del Paese, premiando una volta tanto i meriti e la progettualità. Il mondo starà a guardare e giudicherà ciò che vedrà. Riusciremo a creare non solo infrastrutture ma anche diffondere una cultura del servizio per i turisti che verranno? Sapremo comunicare l'evento, finalmente utilizzando anche i mezzi digitali in modo coerente? Sarà possibile creare un palcoscenico per i giovani talenti e per le nuove imprese?

Le ricadute economiche potrebbero anche essere superiori al previsto, ma la sfida è ancora più grande. E' una grande opportunità per creare un sogno italiano, per ritrovare l'orgoglio perduto, prendendo spunto ad esempio dall'esperienza del Sudafrica.

Serve un tavolo di lavoro veramente allargato, ci vuole tanto pragmatismo e buon senso, perchè questa è un'occasione (meglio ribadirlo) davvero irripetibile.

domenica, marzo 30, 2008

Napoli ed il futuro del turismo 


Dopo essere stato relatore al TTG di Rimini, al No Frills di Bergamo, sono stato invitato per la seconda volta a parlare alla Borsa del Mediterraneo del Turismo a Napoli.

Ho pensato istintivamente alla difficile situazione che la Campania sta vivendo e mi sono chiesto come sia possibile organizzare una fiera del turismo in queste condizioni. Prima di pensare al turismo, sarebbe importante risolvere definitivamente la questione dei rifiuti.

Ho poi cercato di immedesimarmi nel ruolo dei diversi operatori del turismo e ho cambiato idea istantaneamente. Che cosa dovrebbero fare? Prendere atto che la situazione è difficile? Lo sanno già. Organizzare al massimo delle loro capacità una fiera sul turismo ora, è un messaggio di contestazione, ma anche di speranza, significa non volere arrendersi allo stato delle cose.

Mi è stato chiesto di scegliere un titolo per il convegno, organizzato da quell'imprenditore lungimirante che è Gennaro Guida, titolare di Estensa, una web agency, con la passione per il marketing innovativo.

Partecipo ad un convegno dal titolo: gli strumenti collaborativi della rete a supporto di un marketing territoriale e turistico sostenibile; si parlerà di sostenibilità, di turismo responsabile, di marketing centrato sull'utente, di strumenti digitali collaborativi. Cercheremo di dire le cose come stanno, non nascondendo i problemi, come spesso avviene alle conferenze.

Manuela Bolchini parlerà della cultura della "responsabilità" nel turismo affinché il turismo possa svilupparsi in modo sostenibile creando valore per tutti gli operatori e per le comunità ospitanti, perché non ci sono alternative al turismo responsabile se si vuole evitare un depauperamento delle risorse ambientali, culturali ed economiche di un territorio.

Da parte mia non cercherò di "vendere la rete", ma evidenzierò le opportunità, ma anche i cambiamenti culturali e organizzativi necessari per promuovere una destinazione turistica nell'era della "partecipazione digitale".

Gennaro Guida, parlerà del coinvolgimento dei clienti nel processo di marketing digitale turistico.

L'anno scorso abbiamo introdotto il tema della collaborazione, quest'anno cercheremo di sensibilizzare il pubblico sul concetto di responsabilità.

E' ora di smettere di cercare capri espiatori, facciamo parte di una grande catena in cui ogni elemento, nel suo piccolo ha un suo ruolo. Quando non possiamo cambiare gli altri, possiamo partire da noi stessi. Scegliere come e cosa consumare, cosa produrre, promuovere e comunicare è una nostra scelta, su quella abbiamo ancora libertà.

sabato, marzo 29, 2008

Mme Butterfly is very chic 



HotCoutureLiveBand - ClassicFunk Mashup

"Mme BUTTERFLY" -- Maria Callas (Puccini; Final Scene)
"SHINED ON ME" -- Praise Cats
"LAST NIGHT A DJ SAVED MY LIFE" -- Indeep
"DON GIOVANNI" - John McCarthy (Mozart -- BO Amadeus)
"LA FLUTE ENCHANTEE" -- Natalie Dessay (Mozart)
"MY HEART IS OVERCOME WITH TERROR" - Thomas Burns (FAUST by Gounod)
"A FIFTH OF BEETHOVEN" -- Walter Murphy (Saturday Night Fever)
+
few other samples:
C. Booker: "Soul Trilogy" - J. Jackson: "Rhythm Nation" - W. Smith: "Wild, Wild West" - Digeridoo: "When You Gonna Learn" (Jamiroquai) - Magpipes/Cornemuses & flutes:"La Bonne Du Curé" (A. Cordy) - Luth: "Mon Amie La Rose" (N. Atlas) - "Funk Phenomenon" (Crystal Method) - L. Pavarotti : "Toréador" (Carmen by Bizet) - H. Salvador: "Juanita Banana" - Black Machine: "How Gee" - C. Renard: "Ca, c'est d'la Musique"

Bootleg arrangement by Hot Couture
Liza Michael, lead - Marco Agoudetse, DJ Sax Machine - Damien Roche, keyboards - Zizou Sadki, bass

venerdì, marzo 28, 2008

Quello che i pubblicitari non hanno capito 


E' assolutamente innegabile, anche in futuro una grande fetta degli investimenti pubblicitari saranno riversati sulla televisione, anche se la pubblicità sulle televisioni che diventano digitali, implicherà un ripensamento del modo di pensare, progettare, produrre la pubblicità.

Quello che i pubblicitari non hanno capito è che anche se la gran parte dei budget delle grosse imprese verrà investita sui media tradizionali, la scelta di un'agenzia o di un centro media si giocherà, sulla capacità di presidiare tutti i media, tradizionali ed emergenti e sulla capacità di raggiungere e di creare le condizione per connettersi con i diversi target di interesse per l'investitore pubblicitario.

L'atteggiamento wait and see, è quanto di più pericoloso ci può essere, dagli Stati Uniti giungono segnali davvero molto forti, relativamente ad una brusca accelerazione degli investimenti sui cosiddetti media alternativi.

A tale proposito cito nuovamente KenRadio che riporta sulla sua newsletter una valanga di nuovi dati che parlano da soli.

Spending on Alternative Media

Spending on alternative media in the US jumped 22% from 2006 levels to reach $73.43 billion in 2007, and that rapid growth is expected to continue in 2008 despite a slowing economy. Alternative media, including 18 digital and non-traditional media segments, accounted for 16.1% of total advertising and marketing spending in 2007, up from only 7.9% in 2002 , according to a new report from PQ Media. By 2012, we anticipate one out of every four dollars spent on advertising and marketing will be earmarked for alternative media. Alternative media spending grew at a compound annual rate of 21.7% from 2002 to 2007.

- The alternative-media growth momentum to continue in 2008 and through the rest of the decade as brand marketers seek new ways to deal with the evolving media landscape:

* Total spending on alternative media is forecast to grow 20.2% to $88.24 billion in 2008 and post compound annual growth of 17.0% in the 2007-2012 period, reaching $160.82 billion.

* Alternative media is forecast to account for 26.6% of total US advertising and marketing spending in 2012.

* The largest alternative media segments in 2007 were event sponsorships & marketing, search & lead generation, e-direct marketing, online classifieds & displays, local pay TV, and product placement.

While all 18 segments of the Alternative Media Matrix - including 12 alternative advertising segments and six alternative marketing segments - posted double-digit growth in 2007, 12 of the 18 segments grew faster than 20% for the year.

* The following segments are projected to drive growth over the next five years (in order of projected growth): consumer-generated media, mobile advertising, videogame advertising, online video advertising, word-of-mouth marketing, advergaming & webisodes, product placement, search & lead-generation advertising, and digital out-of home media.

* Among the segments forecast to grow the most by 2012:

- Online search spending is expected to be 113% more than 2007 levels and will reach $26.1 billion. - Event sponsorship expenditures are expected to reach $33 billion, 72% more than last year. - E-direct marketing (email and pop-up ads) spend is forecast to reach $22.1 billion, up 121%. - Online video and rich media spending is expected to be 389% more, reaching $12.2 billion.

Alternative Media Poised for Strong Growth

Spending highlights and key trends affecting each major sector and related segments of alternative media:

* Alternative advertising, including online & mobile advertising and entertainment & digital out-of-home advertising, climbed 25.8% to $39.22 billion in 2007, and grew at a CAGR of 26.2% in the 2002-2007 period. Alternative advertising accounted for 17.7% of overall ad spend in 2007, up from a 7.0% share in 2002.

* Online & mobile advertising, including search & lead generation, online classifieds & displays, e-media, online video & rich media, internet yellow pages, consumer-generated ads, and mobile advertising, rose 29.1% to $29.94 billion in 2007, and increased at a CAGR of 31.4% in the 2002-2007 period. Growth was driven by brand marketers’ shifting budgets out of traditional advertising to reach key demographics that have increased online and mobile usage due to improvements in online and wireless technology, particularly with wider adoption of broadband access.

* Entertainment & digital out-of-home (OOH) advertising, including local pay TV, digital out-of-home media, video-on-demand (VOD), interactive TV (ITV), and digital video recorder (DVR) advertising, videogame & home video advertising, and satellite radio advertising, rose 16.2% to $9.28 billion in 2007, and climbed at a CAGR of 15.0% from 2002 to 2007. Spending was fueled by new ad insertion technologies, the pursuit of new ad platforms that reach young audiences; and the steady growth of local pay TV, satellite radio, and DVRs, subscribers.

* Alternative marketing, including branded entertainment and interactive marketing, rose 17.9% to $34.21 billion in 2007, and posted a CAGR of 17.5% in the 2002-2007 period. Alternative marketing accounted for 14.5% of total marketing spend in 2007, up from 8.7% in 2002.

* Branded entertainment marketing, including event sponsorship & marketing, paid product placement, and advergaming & webisodes, rose 14.7% to $22.30 billion in 2007, and climbed at a CAGR of 13.4% from 2002 to 2007. Growth was driven by deployment of media strategies aimed at being more interactive and entertaining than traditional media, as well as to engage target audiences in locations that are not affected by ad-skipping technology.

* Interactive marketing, including e-direct marketing, word-of-mouth marketing, and e-custom publishing, rose 24.4% to $11.91 billion in 2007, and climbed at a CAGR of 28.6% from 2002 to 2007. Spending was driven by strong gains in segments that reach affluent and influential consumers with focused messages

La maggior parte dei budget delle società multinazionali vengono decisi nei quartieri generali che non stanno in Italia. Nel giro dei prossimi 24 mesi, giungeranno con grande probabilità nuovi brief che metteranno a dura prova, quegli operatori della comunicazione che non hanno saputo adeguarsi al cambiamento.

A causa del mancato presidio sui media alternativi, qualcuno potrebbe perdere tutto.

La soluzione non sta nell'acquisizione di nuove agenzie, ma nella capacità di creare nuovi processi per la gestione della comunicazione integrata, cosa che ancora pochi stanno facendo.

L'immagine è di Nycstreets

This is a "johnny" 




Questo è un periodo di transizione in cui la rete viene utilizzata come palestra di sperimentazione. Si riprende dal passato, si cercano vecchie estetiche, si mixano cose diverse e si mette tutto dentro il tritacarne, per vedere l'effetto che fa.

Il 2008 ed il 2009, sono anni di preparazione per le nuove culture visuali del prossimo decennio.

E' il momento di essere curiosi, di mettersi in gioco, reinventare la comunicazione, non giudicate, sporcatevi le mani e sperimentate anche voi. Questo è il momento, dopo sarà tardi e non sara più lo stesso.

100 years (mashup video) 

Perchè non credo all'email marketing 


Massimo Fubini, mi manda gentilmente una ricerca sull'email marketing che ha realizzato e che è possibile scaricare da qui.

Gli ho risposto che non ne avrei fatto menzione sul blog, perchè non mi occupo specificamente di e-mail marketing, anche perchè è una forma di comunicazione in cui personalmente non credo. Ritengo, come ho già avuto modo di scrivere in passato, che l'e-mail sia un valido strumento di retention, ma non di acquisizione, nonostante le evidenze della sua ricerca.

Ho deciso di affrontare il tema, per rilanciare costruttivamente il dibattito, opponendo alla ricerca di ContactLab alcuni dati evidenziati da MarketingSherpa, che riassumono diverse ricerche. ( via KenRadio).

Email Marketers in Trouble
The definition of spam has effectively changed from “unsolicited commercial email,” an idea based on permission, to a perception-based definition - i.e., it’s unwanted - according to MarketingSherpa.

Most consumers don’t accurately comprehend the term “spam”:

- 56% consider marketing messages from known senders to be spam if the message is “just not interesting to me.”

- 50% of respondents consider “too frequent emails from companies I know” to be spam.

- 31% cite “emails that were once useful but aren’t relevant anymore.”

Regarding the use of the “report spam” button - the primary tool that internet service providers (ISPs) provide consumers to counter spam - nearly half of respondents (48%) provided a reason other than “did not sign up for email” for reporting an email as spam.

Why Mark as Spam

Confusion is pervasive among consumers regarding what they believe will happen as a result of clicking the “report spam” button:

* Over half of respondents, 56%, reported that it will “filter all email from that sender.”

* 21% said it will notify the sender that the recipient did not find that specific email useful so the sender will “do a better job of mailing me” in the future.

* 47% said they would be unsubscribed from the list by clicking “report spam,” whereas 53% do not think that’s the case.

Not surprisingly, accompanying such confusion is the frequent misuse of the “report spam” button:

* A large number of consumers, 43%, forgo advertiser-supplied unsubscribe links in email and simply use the ISP’s “report spam” button to unsubscribe from an advertiser’s list - regardless of whether the email fits the consumer’s definition of spam.

* A full one in five consumers (21%) use the “report spam” button to unsubscribe from email that they specifically do not consider spam.

Email Statistics

$3.2 bln lost to phishing in 2007
$630 mln lost in 2 years to e-mail scams
0.37% of e-mails sent in May 2006 contained viruses
109 mln Americans received phishing e-mails
16% Americans have exchanged emails regarding Presidential candidates
2.97% of Gmail filtered spam is false positive
20% of business to rely on Webmail by 2012
34.1% of users open an e-mail by 5 pm
36% of e-mails to the bank go unanswered
38 mln mobile e-mail users in the US by 2008
38% of marketers think search ads have the best ROI
38% of US and UK companies read e-mails written by employees
38% of US employees have sent an e-mail without required attachment
50-80% of e-mail in Europe is spam
51% of marketers cannot track campaigns across multiple channels
56% of Internet users send e-mail every day
60% of business correspondence has grammar or spelling errors
64% of spam servers are in Taiwan, 23% are in the US
66% of online doctors forwarded content to colleagues
75% of adults prefer e-mail to IM, 75% of teens prefer IM to e-mail
77% of junk e-mail gets filtered out based on From: field
81% of Chinese Internet users have IM, 56.5% use e-mail
90% of e-mails delivered to large companies in November 2007 were spam
Commercial email in health services companies will grow by almost 25% in 2007-2012
Countries with most-populated address books: Argentina, Hong Kong, Austria, South Korea
E-mail archiving to generate $921 mln by 2010
E-mail CTR reaches 3.9% on Wednesdays
E-mail marketing spending to reach $2.1 bln by 2012
Global revenue in e-mail security market to grow to $6 bln by 2010
Less than one-fifth of teenagers use e-mail for communication
Spam costs US businesses $612 per employee per year
Top Exchange problems for sysadmins: Outlook client and SMT

Ho le mie convinzioni, ma sono assolutamente disponibile a cambiare idea, a fronte di valide argomentazioni.

Passo nuovamente la palla a Massimo Fubini a cui chiederei cosa pensa di questi dati e perché, continua ancora a credere nell'email marketing.

L'immagine è di Wempro

giovedì, marzo 27, 2008

L'arte del business 



Non è un caso che una buona parte di imprenditori a livello internazionale abbia espresso la necessità di tornare alle origini del marketing: back to basics è la grande tendenza per il 2008.

Si stanno facendo troppi voli pindarici, spesso ci dimentichiamo che senza i "fondamentali" non si va da nessuna parte.

Rivedere le nostre scelte passate con occhi nuovi, non significa rinnegarle.

Questa bella presentazione di Greg Fisher è qui a ricordarcelo.

mercoledì, marzo 26, 2008

Dialoghi esperienziali 


Lei: scusami, toglimi una curiosita, si fa un gran parlare di engagement, di marketing esperienziale, ma di cosa si tratta?

Lui: basta che vai su wikipedia e trovi una serie di definizioni relative al "nuovo marketing" prendi ad esempio il termine "Enterperience" è un portmanteau di origine giapponese, nato dalla fusione di "entertainment" (per alcuni "entertaining") ed "experience", usato principalmente nel marketing moderno per indicare contesti comunitari, virtuali e non, in cui i due elementi si fondono in un elemento superiore alla somma delle parti. Capisci?

Lei: senti, definizioni a parte, come si fa parlare di esperienze con la testa e non il cuore, ti sei mai chiesto cosa significa emozionare? Pensa ad una esperienza che ti ha lasciato un ricordo vivo, che cosa è successo, che cosa rammenti? Hai fatto una cosa per la prima volta, hai conosciuto qualcuno, hai imparato, hai vissuto intensamente, c'è stato un processo di crescita, di trasformazione. Cosa c'entra tutto questo con il portmanteau?

Lui: Non è possibile dare una definizione che possa andare bene per tutti, l'esperienza dipende dalle nostre attese, dal nostro vissuto, da tante cose, come facciamo a generalizzare?

Lei: Esattamente hai colto nel segno, per questo dobbiamo lasciare stare le definizioni. Per qualcuno esperienza significa teatralizzare il marketing, non è questo, almeno non solo. Proviamo a immedesimarci nel cliente, rendiamo le relazioni più autentiche, costruiamo dei luoghi accoglienti dove la gente desideri andare, progettiamo degli spazi di ascolto,non è forse anche questa l'esperienza?

Lui: Si tu hai anche ragione, ma da qualche parte bisogna pur incominciare, come facciamo a sintetizzare il concetto di coinvolgimento, come rendere la nostra comunicazione più calda ed emozionale?

Lei: Che ne dici se abbandonassimo gli stereotipi? potremmo tornare ad essere spontanei, anche se abbiamo un prodotto da vendere. Se proprio vuoi una tagline come amano fare i pubblicitari direi: Smile like you mean it.

L'immagine è di Pestaola

Non si può insegnare il marketing ad un bottegaio 



Premetto che ho per la categoria dei negozianti il massimo rispetto e che molti di essi sono cortesi e professionali, mi rivolgo a loro perchè mi offrono un servizio, altrimenti ho ampie possibilità di acquistare on line su siti specializzati o su e-bay, quando mi è possibile.

La disintermediazione è un termine elegante per dire che un operatore è diventato irrilevante, perchè non offre più alcun valore.

Sono cliente da tanti anni del negozio RFL di via Lazio a Milano, che fa parte della catena informatica Wellcome.

Anche la società di consulenza, di cui sono partner, si serve da RFL per gli acquisti di informatica. E' una società che fa parte di una holding alla quale fanno parte altre società. Gli acquisti sono tutti centralizzati in capo alla capogruppo.

Per esigenze lavorative, mi necessita un nuovo pc, l'ufficio acquisti opta per un portatile Toshiba Satellite A200-22 B, che mi viene consegnato con un difetto alla tastiera.

Visto che abbiamo lasciato passare un tempo superiore ai canonici 8 giorni, non è possibile sostituire la macchina che deve passare dal centro di assistenza Toshiba. Ci rivolgiamo direttamente al negozio RFL che si fa carico di inviare la macchina in riparazione come servizio, essendo il centro assistenza Toshiba fuori Milano.

La macchina viene riportata in negozio in data 27 febbraio.

Dopo quasi un mese e dopo diverse telefonate di sollecito, il pc mi viene riconsegnato solo in data odierna.

A distanza di un mese il gruppo Wellcome propone la stessa macchina con una nuova configurazione (hard disk da 250 giga anzicchè 160 giga, un mouse compreso e un mega in più di RAM). E' una valutazione che fa l'acquirente, non certo il fornitore che segue altre logiche.

E' evidente che la responsabilità per una così lunga attesa è del centro assistenza Toshiba, ma i rapporti come cliente li teniamo con il negozio.

La cosa che mi ha irritato di più è la mancanza di servizio di ascolto, di comprensione e di empatia da parte di RFL che non ha fatto nulla per gestire le relazioni, ma ha semplicemente scaricato l'intera responsabilità al centro assistenza. Per un cliente non contano i tentativi, ma solo i risultati. Servizio vuol dire ridurre i disagi, offrire soluzioni alternative, mostrare interesse per il cliente.

Il problema non è certamente di natura legale, RFL ha perfettamente ragione da questo punto di vista, ma di gestione del cliente.

Il venditore di RFL alle mie diverse rimostranze ha alzato le spalle. "Miglioreremo" ha detto. Sarebbe bastato un gesto per dimostrare che al cliente ci tengono, un buono sconto, un mouse, una parola gentile.

Adesso mi trovo qui a scrivere questo post, perchè sento che questo mio blog e tanti altri di miei colleghi non servono a niente. Non si può insegnare il marketing ad un bottegaio. Il cliente non vuole solo servizio, chiede anche un po' di considerazione. Non è il cosa, ma il come che fa la differenza.

Che cosa ci ha guadagnato la catena Wellcome?

Il mio blog viene seguito da circa 20,000 persone al mese, il gruppo con cui lavoro ha una capacità di acquisto di prodotti informatici che non si è ancora esaurita.

Talvolta i rapporti professionali si rompono, quando il cliente si accorge che al fornitore del rapporto non importa nulla. In molti casi non si può fare molto per riparare, ma in altri basta solo un gesto, una piccola dimostrazione di volontà.

Il marketing è questo, è servizio al cliente, è disponibilità, perchè in mancanza di questo, tutto il resto sono chiacchiere.

Il cliente che si lamenta,dimosta che ci tiene ancora al rapporto,il reclamo è una grande opportunità, dopo è tardi.

Da oggi sono alla ricerca di un nuovo fornitore. Questo non è uno sfogo emotivo, ma un ennesimo tentativo di richiamare l'attenzione sulla cultura del servizio al cliente, che qui in Italia è totalmente assente.

Come si fa a spiegarlo? Lo si capisce solo quando si è clienti.

Update: Ci tengo a sottolineare che la catena Wellcome non ha alcuna responsabilità diretta sulla vicenda, viene solo tirata in ballo in questo post per dimostrare che ogni esperienza su qualsiasi touch point, positiva o negativa che sia, può avere ripercussioni sulla "brand experience".

Perché il mondo della comunicazione è cambiato per sempre 


Sono molto meravigliato quando leggo interviste e articoli scritti da esponenti del mondo delle agenzie di comunicazione che fanno riferimento ad un mondo che non esiste più.

Gli argomenti sono sempre gli stessi, la ricerca della creatività e la denuncia di una sua mancanza.

Ho sempre sostenuto che l'artista è la persona che più di altri è in grado di percepire i cambiamenti in atto poiché riesce ad interpretare i segnali deboli, attraverso le antenne di una sensibilità particolare che gli permette di anticipare tendenze e i temi rilevanti, ma il creativo è un artista focalizzato, al servizio di un cliente che ha degli obiettivi che persegue e che oggi è disposto a pagare solo in funzione del loro raggiungimento.

La creatività in quanto tale non interessa alle aziende, oggi il vero problema per un creativo è di trovare nuove modalità di "connessione" con i diversi pubblici a cui si vuole rivolgere. Da ciò ne consegue che:
  1. non è più possibile dire la stessa a cosa a tutti e allo stesso modo
  2. non è più possibile utilizzare piattaforme e media diversi allo stesso modo
  3. non è più possibile produrre pubblicità agli stessi costi di prima
  4. non è più possibile ragionare e lavorare con gli stessi riferimenti culturali di prima
E' chiaro che se le esigenze del mercato cambiano, anche le competenze richieste ed i processi organizzativi devono mutare.

Le agenzie di comunicazione non hanno capito che è in gioco il loro futuro, non si tratta di presidiare la comunicazione su internet, quel mercato lo hanno già perso 7-8 anni fa, ma di comprendere che la frammentazione delle audience e la moltiplicazione dei canali impone un ripensamento radicale sulle logiche progettuali e sui processi organizzativi.

Sarebbe profondamente ingiusto prendersela solo con le agenzie di comunicazione, quando è l'intera industria della comunicazione che dovrebbe rivedere alcune delle logiche con cui è abituata a ragionare.

I diversi operatori della comunicazione dovrebbero oggi:
  1. ripensare il loro ruolo sul mercato e il loro sistema di offerta
  2. smettere di ragionare a compartimenti stagni e cominciare a pensare a rete
  3. dedicare maggiori risorse alla ricerca e sviluppo e all'aggiornamento permanente
  4. diminuire le barriere all'entrata per i giovani che devono essere considerati un investimento e non solo risorse da sfruttare
  5. considerare i convegni come momenti in cui divulgare e ascoltare e non solo come uno spazio per parlarsi addosso
  6. smettere di ragionare in termini di premi e riconoscimenti, oggi i clienti sono più smaliziati e nessuno si impressiona più
  7. cominciare a tirare fuori i problemi in modo critico, al fine di affrontarli e non per trovare inutili capri espiatori.
Il cambiamento può avere luogo solo nel momento in cui si prende coscienza dell'esigenza di dover cambiare, per fare questo è necessario cominciare ad affrontare i problemi in modo maturo, smettendo di nascondersi dietro ad un dito.

Ci sono alcune cose che si potrebbero fare fin da subito:
  1. le associazioni di categoria hanno una grande opportunità di promuovere ricerche e modelli per diventare nuovamente un punto di riferimento
  2. le riviste di settore che si occupano di comunicazione dovrebbero essere meno preoccupate di assecondare i potenziali investitori e cominciare ad affrontare i temi scomodi (vedi l'esempio di Advertising Age)
  3. ai convegni si dovrebbero invitare più giovani per evitare che continuino a parlare sempre le stesse persone e per ascoltare delle idee fresche
Da qualche parte bisogna pur incominciare.

L'immagine è di Graphic Boston

martedì, marzo 25, 2008

Evoluzione dei media (twitterologia della vita quotidiana) 


Quasi nessun medium è stato usato nelle modalità previste da chi lo ha inventato. Basta leggere la storia del telefono, della televisione, di internet per rendersene conto.

La tv non ha tolto ossigeno alla radio, che si è evoluta, rivolgendosi a nuovi segmenti di pubblico, con contenuti specifici ed originali.

Sono convinto che il Tumblelog, non sia oggi un figlio minore del blog, che ben presto evolverà e troverà nuovi utilizzi.

Ho sempre sperimentato in prima persona tutte le nuove piattaforme digitali e devo confessare di essermi accostato con molti pregiudizi a Twitter, definito da molti, come un sistema di microblogging.

Lo sto usando in tono minore e in modo canonico, ma sono convinto che la piattaforma evolverà o verrà marginalizzata (vedi mirc, icq ecc) se non troverà utilizzi più sofisticati (sia chiaro, potrei anche sbagliarmi).

Per questo sto osservando con grande interesse il modo in cui alcuni broadcaster ne stanno sperimentando l'utilizzo, a volte in modo intelligente (BBC), a volte in modo un po' goffo (Sky).

Credo che una nuova generazione di utilizzatori di twitter, non accetterà più di farsi dire come usare la piattaforma (what are you doing?) e sperimenterà presto nuovi utilizzi. E' sempre stato così, perchè dovrebbe essere diverso anche in questo caso?

Fonte dell'immagine

sabato, marzo 22, 2008

Quel brano mi è noto 



Hot Couture Live Band, fa diversi concerti dal vivo, non è la solita band che propone cover di brani famosi, ma è una mashup band.

E' veramente un'impresa cercare di riconoscere tutti gli elementi sonori dei loro brani.

Chi di voi ha riconosciuto la linea di basso? Un vecchio successo di Pino D'angiò, che si intitolava "Quale idea".

Ecco la lista di tutti gli altri elementi di questo bootleg:

DON'T CALL ME BABY, Madison Avenue = QUALE IDEA, Pino d'Angio
DANCE AT THE GYM, BLUES, Leonard Bernstein - B.O. West Side Story
JAMES BOND THEME, Norman Monty
VS
BROADWAY BABY, 42nd Street - Stephen Sondheim
ON BROADWAY, George Benson`
LE JAZZ HOT, B.O. Victor, Victoria - Henry Mancini
BIG SPENDER, Film: Sweet Charity - Cy Coleman
AND ALL THAT JAZZ, Chicago - John Kander/ Fred Ebb

Chi ha paura degli user generated content? 


Dell'inutile polemica sugli user generated content, rilanciata da Newsweek, ho già avuto modo di scrivere. Ricalca pari pari la contrapposizione tra giornalisti professionisti e citizen journalist che ha riempito pagine e pagine di articoli di giornali e alimentato interminabili discussioni in rete.

Ho letto con attenzione ed interesse il commento di Massimo Bolchi, che dalle pagine della rivista Pubblicità Italia (numero del 21 marzo), ironizza su una dichiarazione dell'amministratore delegato di Publitalia, Giuliano Andreani, che "spiegando la ratio dei più che positivi risultati di raccolta della sua concessionaria televisiva, nell'ultimo trimestre del 2007 e nell'inizio 2008 si è sentito in dovere di difendere le performance della tv generalista.

Scrive Bolchi, interpretando il discorso tra le righe di Andreani: "finche il tempo era bello, si poteva scherzare, dedicarsi a sperimentare nuovi strumenti e nuove attività di comunicazione, ma ora che l'0rizzonte è tempestoso si contano i GRP, altro che trastullarsi con l'unconventional e soci. E la frammentazione della audience, la disaffezione del pubblico? Paradossalmente favorirebbero anch'esse i canali generalisti: moltiplicando i canali, sottolinea ancora l'amministratore delegato di Publitalia, ciascuno con ascolti minimi, cresce il valore relativo di quei pochi ancora in grado di riunire platee numericamente consistenti, benché più ristrette rispetto ad un tempo."

Ma se la televisione generalista gode di ottima salute, se gli user generated content non costituiscono alcun problema per i media, se i canali satellitari sono fruiti da microshare perché occuparsene?

La realtà è che i mainstream media sono consapevoli dei cambiamenti in atto, ma dato che non hanno ancora definito una strategia chiara, intanto frenano.

Sugli user generated content e sulla polemica di Newsweek, un articolo della Wharton University, cerca di fare un po' di chiarezza.

Sappiamo bene che la contrapposizione tra contenuti "amatoriali e quelli professionali" è del tutto irragionevole, basta vedere al progetto della nuova BBC, per rendersi conto che il futuro dei media è nell'integrazione tra contenuti di flusso e quelli on demand, tra la sofa tv e i lean forward media, tra i programmi creati da autori televisivi e i contributi degli speattattori.

Le aziende non smetteranno certamente di investire nella televisione generalista, ci mancherebbe altro, ma non dobbiamo dimenticarci che gli investitori pubblicitari più illuminati hanno le idee chiarissime, soprattutto quando affermano: "we are not in the business of maintaning media companies, we are in the business of connecting with our consumers (T.Edwards - Nike).

L'immagine è di Junkylife

La classifica che si offende 

E' la prima volta che sento di una classifica che si offende. Forse è un bene.
Speriamo che dalle ceneri della blogosfera fanfarona, ne cresca una più matura e consapevole.

I like the way you move 



Questo video è un progetto degli studenti del corso in Electronic Art e Digital Design dell' ESDi (Spain). Risale all'anno 2006.

venerdì, marzo 21, 2008

10 modi per usare un tumblelog 


Non ho un mio tumblelog attivo (o meglio ne ho aperti diversi che però non ho seguito e che ho abbandonato al loro destino), ma ho avuto modo di sperimentarlo per la didattica con grande soddisfazione

Sto seguendo con interesse la discussione animata, scatenatasi da un post dal blog di Orientalia4All, a cui ho partecipato, cercando di dare il mio contributo.

A mio parere il blog e il tlog, sono due strumenti nettamente diversi, anche se presentano dei punti di similarità.

Che cosa è un tumblelog?

Wikipedia ne da questa definizione:

A tumblelog (or tlog) is a variation of a blog that favors short-form, mixed-media posts over the longer editorial posts frequently associated with blogging. Common post formats found on tumblelogs include links, photos, quotes, dialogues, and video. Unlike blogs, tumblelogs are frequently used to share the author's creations, discoveries, or experiences while providing little or no commentary.

The term "tumblelog" was coined by Why the lucky stiff in a blog post on April 12, 2005, while describing Chris Neukirchen's Anarchaia.

Blogging has mutated into simpler forms (specifically, link- and mob- and aud- and vid- variant), but I don’t think I’ve seen a blog like Chris Neukirchen’s Anarchaia, which fudges together a bunch of disparate forms of citation (links, quotes, flickrings) into a very long and narrow and distracted tumblelog.

A cosa serve un tumblelog?

Il tlog, non nasce come strumento di conversazione, ma come una sorta di repository di idee, citazioni, pensieri non strutturati, archivio, per questo non dovrebbe appartenere alla stessa categoria dei blog.

Come è noto, tumblr è la piattaforma di tlogging più utilizzata, ma anche piattaforme come Soup, stanno riscontrando grande successo.

Alcuni blogger utilizzano un tlog come "discarica di pensieri e citazioni" che non trovano spazio sul proprio blog, ma ci sono tanti utilizzi interessanti di un tlog:
  1. nella didattica a supporto di un progetto collaborativo per ospitare gli elaborati (io uso l'abbinata wiki + tumblr)
  2. come riferimento per ospitare un'estensione del proprio curriculum vitae
  3. un book per una fotomodella
  4. un diario di viaggio
  5. un'estensione del progetto di una tesi di laurea per una linkografia viva (riscontra molte diffidenze, ma io lo appoggio)
  6. una raccolta di gallery fotografiche di un'artista, alternate da post testuali
  7. un'ulteriore strumento a supporto di un fan's club
  8. un'alternativa ad un linklog (es. linkwalla)
  9. una moleskine digitale
  10. un raccoglitore di altri tumblr (come ulteriore strumento di aggregazione sociale)
Sono solo alcuni esempi, perché l'unico limite di utilizzo è la propria fantasia.

Sono profondamente in disaccordo con l'analisi di Roberto Dadda, perchè ritengo metodologicamente scorretto paragonare i tumbleblog ai blog, per questo ritengo che sia opportuno che blog e tumblelog vengano classificati separatamente (classifiche, directories....).

E' uno strumento che non abbiamo ancora imparato ad utilizzare per le sue potenzialità, per questo dovremmo pensarci due volte prima di fare paragoni; è vero che il tlog è nato come versione semplificata di un blog, ma mi sembra che oggi questa piattaforma sia utilizzata in modo ad esso complementare.

L'immagine è di SeyDoggy

La grande palestra 


E' molto efficace la descrizione della blogosfera come "parte abitata della rete", ovvero un insieme di luoghi in cui si creano relazioni, ci si conosce, si viene in contatto, si formano e si diffondono le idee.

Tra le tante costellazioni esiste una blogosfera narcisista, che probabilmente avrà sempre meno peso mediatico, man mano che il fare blogging diventerà una pratica sempre più diffusa, ma sta assumendo un'importanza crescente la blogosfera produttiva, che io ho definito "la grande palestra".

Non ci dimentichiamo che in rete si diffondono comportamenti evoluti (di produzione e di fruizione di contenuti e informazioni e di acquisto) ecco che la conseguenza della frequentazione di BarCamp, la partecipazione a gruppi di discussione, l'utilizzo sperimentale di nuove tecnologie, ha soprattutto una diretta conseguenza su una serie di elementi di grande importanza:
  • l'orientamento al confronto tra fonti diverse di informazione
  • lo sviluppo del pensiero critico
  • lo sviluppo di competenze di scrittura e di sintesi
  • lo sviluppo di una serie di competenze organizzative
  • lo sviluppo di una serie di competenze di produzione e diffusione di nuovi contenuti
Ho parlato con molti dirigenti di azienda che mi hanno confessato di essere da un lato intimoriti, ma dall'altro affascinati da quello che considerano l'emergere del talento attraverso la rete.

Attraverso la rete, si dimostrano in tutta la loro evidenza i limiti di certe pratiche di comunicazione.

  • I blogger vanno alle conferenze e attraverso twitter spesso creano dei resoconti molto efficaci
  • I BarCamp possono essere considerati come extended event, in cui la rete viene utilizzata in modo efficace, prima, durante e dopo l'evento
  • Le non conferenze, gli stessi BarCamp vengono organizzati con pochissimo budget e in modo estremamente efficiente grazie a strumenti come wiki, blog, skypecasting....
  • Un gruppo di blogger comincia a riprendere gli eventi su video, prima per gioco, per poi accorgersi che nel tempo il format si raffina e che comincia ad avere successo
  • Altri blogger cominciano a fare pratica con strumenti come Mogulus, che consentono di ripensare il modo di concepire una regia, alternando contributi live, con contenuti registrati
  • Altri ancora diffondono all'Università nuovi modelli didattici utilizzando ampiamente le tecnologie digitali per l'apprendimento (Moodle, tumblr, wiki....)
Il risultato di queste attività sperimentali, è la diffusione dal basso di nuove competenze. Non sta succedendo ancora, ma è evidente che prima o poi, tutto questo metterà in crisi alcune professioni e alcuni professionisti che non vogliono adeguarsi al cambiamento.

I dirigenti di azienda alcune domande cominciano a porsele:
  • Come è possibile che alcuni giovani, lavorino in modo più creativo ed efficiente dei professionisti che operano nelle agenzie?
  • Dove possiamo trovare dei talenti che possano rinfrescare il modo di comunicare della nostra azienda?
Ecco che la blogosfera diventa anche una grande palestra e una grande vetrina, ma non per i prodotti, come qualcuno (in azienda) erroneamente pensava e sperava, ma per l'emergere di talenti.

E dalla rete i talenti emergono e si creano nuove professionalità:
  • Luca Conti non era una persona celebre, si è costruito una sua reputazione da zero e con essa una professionalità
  • Tommaso Tessarolo, non ha solo teorizzato, ma creato dal nulla il mercato delle net tv e oggi la sua perseveranza è stata premiata.
  • Robin Good ha fatto della divulgazione tecnologica una professione, che gli ha creato una reputazione a livello internazionale
  • Martina Zavagno ha creato un punto di riferimento internazionale sull'evoluzione dell'advertising
  • In rete operano consulenti, nuovi comunicatori, traduttori, esperti di usabilità, web designer.... che hanno ampiamente dimostrato il loro talento e che cominciano a vedere i frutti del loro impegno (non posso proprio citarli tutti, sono troppi)
Queste persone, sono esempi di blogger italiani che hanno saputo estendere la loro visibilità anche sui mercati internazionali. Ce ne sono tanti altri che non ho nominato.

C'è chi apre un blog per passione perchè nella vita fa altro (docente di informatica, radiologo, manager d'azienda), ma ci sono tanti giovani invece che cercano di crearsi visibilità, per crearsi nuove opportunità professionali. (Li ammiro per questo)

Questi sperimentatori, come ho già avuto modo di scrivere, sono imprenditori, nel senso più alto del termine, seguiteli con attenzione, perchè nel loro piccolo, cambieranno le cose, perchè l'innovazione la fanno tutti i giorni.

L'immagine è di Sandestin Resort

giovedì, marzo 20, 2008

Branding lessons 


Online Videos by Veoh.com

Sei un pubblicitario e stai passando qui per caso? Ti incuriosisce il video di questo consulente che sembra avere capito come usare la rete? Provi un senso di disagio? Dovresti, perchè questo era l'obiettivo.

Ora forse hai capito, che c'è una vita oltre lo spot.

Soluzioni Creative 


Soluzioni creative, non meri esercizi di stile.

L'immagine è di ffffound

Blog Personality (seconda parte) 


Seguo diversi blog, anche quelli che non amo particolarmente per i loro contenuti, lo faccio perché mi insegnano lo stesso qualcosa.

Si è molto discusso di visibilità, credibilità, reputazione, autorevolezza, ma anche la "personalità" è un requisito importante di un blog. E' un tema su cui vorrei ritornare.

Accendete a qualsiasi ora un canale di una televisione generalista, vi accorgerete che molte pubblicità, belle o brutte che siano, sono totalmente fungibili. Potrebbero "funzionare" anche per il concorrente diretto dell'investitore pubblicitario e questo non è un bene. Spesso purtroppo sono bellissimi esercizi stilistici e nulla più, senza cuore, passione, entusiasmo né sentimento.

In rete i blog che si distinguono, hanno una loro personalità precisa, che può piacere oppure no, ma che permette spesso un riconoscimento diretto, per i tratti grafici, per la scelta dei temi e per il modo in cui si affrontano le conversazioni.

Alcune persone che seguo attraverso il loro blog mi hanno detto di non avere una "linea editoriale", forse non è stata esplicitata, ma posso assicurare che i loro blog sono riconoscibilissimi, per i loro vezzi, che possono anche irritare qualcuno, ma che piacciono ad altri.

Ci sono nuove agenzie digitali che invitano, con un certa insistenza, i loro clienti ad aprire un corporate blog. Alcuni, sono già pronti per farlo, hanno anche contenuti interessanti da poter proporre, ma devono essere consapevoli che spesso questo non basta. Qual è la loro visione del mondo? E' originale, innovativa, provocatoria, sfidante o è fungibile?

Oramai sono pochissime le agenzie di comunicazione che parlano di immagine istituzionale, è un concetto morto e sepolto. Se la personalità non ce l'hai, non c'è agenzia che tenga.

Appare molto strano leggere sulle riviste di settore, le opinioni di terza mano, di amministratori delegati di agenzie di pubblicità, centri media, quando parlano di strumenti, pratiche sociali che non hanno sperimentato in prima persona e che rilanciano quando stanno diventando mainstream. Ma le imprese non si rivolgono alle vostre agenzie per una comunicazione innovativa? Il follower non ha mai una personalità distintiva.

I blog che hanno successo si prendono anche dei rischi, fanno sperimentazione, percorrono strade non battute e questo viene loro riconosciuto.

Ci sono persone che scrivono per passione o divertimento, perché fanno altro nella vita, altre invece si costruiscono dal niente una reputazione, una professione, sviluppano nuove competenze, agiscono da apripista, creano opportunità di business, lanciando il loro "personal brand".

Sono queste le persone che io apprezzo e ammiro e sono le persone con cui sto lavorando, sono imprenditori, nel senso migliore del termine, si mettono in discussione e hanno anche fuori della rete una personalità che non passa inosservata.

E da loro che imparo, per questo li ringrazio.

mercoledì, marzo 19, 2008

Led Snooppelin 



Come ci sono diverse cover di un brano famoso, così in rete ci sono diverse versioni di uno stesso mashup.

Mi piace molto questo, oramai divenuto un classico, ovvero il remix di Snoop Dog + Led Zeppelin, proposto da PartyBen. Il mix è incisivo e scorre liscio come l'olio.

Clienti toscani 

La morte degli User Generated Content? 


Un po' mi fanno compassione quegli editori che continuano a rincorrere le mode; prima i portali orizzontali, poi quelli verticali, poi i blog, Second Life e ora gli UGC, (i contenuti generati dagli utenti).

Sempre indietro, cercando di recuperare con affanno, investendo spesso tardi e male, per poi perdere la passione e passare alla prossima potenziale killer application che si rivela inesorabilmente un flop.

Sono gli stessi editori che provocano le mode, celebrando ad esempio l'utente l'uomo dell'anno, per poi cambiare idea e decretare a breve distanza di tempo morti gli User Generated Content.

L'approccio scandalistico fa vendere copie in più, ma la disinformazione mina pesantemente la credibilità di quei media che giocano a creare per poi demonizzare trend in corso.

Non occorre avere la sfera di cristallo per potere affermare che:
  1. I Social Media non sono una moda e stanno crescendo, tanto da diventare uno strumento di marketing mainstream
  2. I contenuti generati dagli utenti vivranno un periodo di consolidamento, ma anche un processo di selezione, filtro e aggregazione da parte di nuovi mediatori (tecnologici e/o editoriali) che daranno visibilità ai migliori contenuti generati dagli utenti
  3. Solo pochissimi contenuti amatoriali avranno una grande visibilità, ma le logiche della lunga coda, influenzeranno i processi di consumo mediale e quindi quelli di produzione di contenuti
  4. I contenuti di scarsa qualità di qualunque genere, alla fine verranno abbandonati o verranno seguiti da micronicchie
  5. I Social Media verranno incorporati nel processo editoriale da parte dei principali gruppi editoriali, attraverso un profondo ripensamento delle logiche progettuali.
Intitolare un'articolo la "rivincita degli esperti", come ha fatto Newseeek, è una somma sciocchezza, perchè non ci sarà alcuna rivincita da parte di nessuno, così come l'operazione furba di Time deve essere un po' ridimensionata.

La gente continuerà a leggere fonti professionali di informazione e formerà le proprie preferenze anche confrontando le opinioni di altre persone sui Social Media.

Insomma, niente di nuovo sotto il sole.

L'immagine è di Zoomar.

martedì, marzo 18, 2008

Nuove sperimentazioni di marketing dal Music Star System 




Come è noto, Madonna sta lanciando il suo nuovo album dal titolo Hard Candy e lo fa sperimentando nuove strategie di marketing.

Si è parlato molto, dell'operazione di promozione attraverso il nuovo singolo scaricabie dal sito de Il Corriere della Sera.

E' solo un piccolo tassello di una strategia globale più ampia.

In un articolo di Mike Tunnicliffe su Advertising Age viene descritta la partnership con Unilever, che ribalta le regole del gioco.

Un tempo erano i brand ad utilizzare le star per lanciare i loro prodotti, oggi sembra che succeda il contrario, ma nel caso di Madonna sembra una promozione profittevole se è vero che l'endorsement le abbia fruttato 10 milioni di dollari.

Every business is a show business 

L'immagine è di Celine

Comprendere il blogstar system 


La blogosfera può essere definita anche come un'insieme di costellazioni di diverse "stelle", più o meno visibili "correlate da una particolare configurazione. Si tratta solo di una metafora per cercare di comprendere il fenomeno delle "blogstar".

Sto leggendo alcuni libri su Hollywood per ritrovare alcuni meccanismi dello star system che cercano, più o meno con successo di replicarsi in una parte della blogosfera.

Sarebbe interessante verificare se al di là dei punti di contatto tra i due mondi, il processo di costruzione della celebrità in rete (attenzione, non parlo di reputation, che è un concetto ancora diverso) assume connotazioni nuove o se invece i meccanismi, (come penso) siano già noti e già ampiamente studiati.

Chi è una blogstar? Quali caratteristiche ha? Qual'è il ciclo di vita della celebrità in rete? quali sono i processi di imitazione tra blogstar e blogfan? Quale il tasso di sostituzione tra blogstar in ascesa e in decadimento?

Gli studiosi dello starsystem hanno decretato la scomparsa di un modello artificioso di costruzione a tavolino, di celebrità. Sono infatti pochissime oggi le vere star di Hollywood. E' sempre più difficile costruire un personaggio che duri nel tempo in mancanza di reale talento.

Quanto può durare la celebrità di un blog basato sulla personalità del tenutario e non sui contenuti proposti?

Wikipedia, riassume il modello dello starsystem in due fasi.

Prima fase: l'affermazione del modello - gli anni d'oro

The star system put an emphasis on image rather than on acting, although discreet acting, voice, and dancing lessons were a common part of the regimen. Just as studio executives, public relations staffs, and agents worked together with the actor to create a star persona, so they would work together to cover up incidents or lifestyles that would damage the star's public image.

Nella prima fase evolutiva della blogosfera, emergono i pionieri dei blog, che cercano oggi di consolidare la loro visibilità in rete anche in modo artificiale (link incrociati, meme, blogroll - concorsi), favoriti da un meccanismo, quello delle classifiche (vedi blogbabel) basati su criteri meramente quantitativi (rank).

Sarebbe interessante, studiare il meccanismo di cooptazione nel gruppo delle blogstar che come nello star system "decide" chi può farne parte e chi no, dando o negando visibilità, riprendendo o amplificando certi interventi, cercando di imporre, quando possibile, "l'agenda dei temi da discutere".

Oggi il ciclo di vita delle star è molto più breve, restano sulla cresta dell'onda solo quelle in grado di rinnovarsi e di riproporsi

Seconda fase : il declino

The conspiratorial aspect of the studio system manipulating images and reality, eventually began to falter as the world and the news media began to accept the dismantling of social boundaries and the manufactured virtue and wholesomeness of stars began to be questioned; taboos began to fall.

In televisione un esercito di aspiranti attori/attrici e soubrette cercano di emergere creando e alimentando il meccanismo della celebrità che si autoperpetua. Il meccanismo funziona per un certo periodo, poi si inceppa, quando non è più funzionale come strumento promozionale per programmi e canali televisivi.

Le dinamiche di creazione della celebrità in rete, sono per certi versi simili, ma per altri differenti, essendo le condizioni di base molto diverse (ad esempio basse barriere all'entrata).

Sul fenomeno delle blogstar, si è molto ironizzato, ma non è stato mai studiato seriamente. Esistono davvero o sono un mito? Che cosa significa fare il "tronista del web"? Quale futuro per le blogstar?

lunedì, marzo 17, 2008

Running with the Beatles 



The Fab Four + David Lee Roth - mashup.

MAD MEN: l'unica cosa che conta e come ti vendi 



Arriva in Italia la serie cult vincitrice di 2 Golden Globe, sui retroscena del mondo della pubblicità.

La prima puntata verrà trasmessa a partire da martedì 18 marzo 2008 su Cult alle ore 23.00 e 24.00

Ho già programmato il mio mysky, per registrare tutte le puntate, da rivedere rigorosamente skippando la pubblicità ;-)

Mamma mia, se gli autori di Hollywood vedono così chi fa comunicazione, è proprio ora di cambiare registro.

Qui una recensione.

La vita oltre la pubblicità 


Sono anni che lo scrivo, lo ripeto nuovamente, il web è uno straordinario ambiente in cui le imprese possono costruire relazioni con i loro pubblici e comunicare in modo innovativo.

Comunicare non vuol dire solo fare pubblicità, sembra banale, ma molte agenzie ancora ragionano quasi esclusivamente di "progetti di advertising".

Quando affermo che in Italia manca nelle agenzie un dibattito articolato, dico ad esempio che ai convegni sulla comunicazione si affrontano sempre gli stessi temi: la creatività, il futuro dell'advertising e degli investimenti pubblicitari, soprattutto invitando sempre le stesse persone. Come si fa a fare innovazione, se parlano sempre gli stessi? Perchè non si invitano mai le nuove agenzie o i giovani creativi? (avrebbero tanto da dire) Perchè ai vertici delle associazioni di categoria, non si favorisce il ricambio?

Non ho ancora visto in Italia un convegno in cui si parli seriamente di web e comunicazione per le imprese, al di là delle logiche della pubblicità. Non se ne scrive in modo esplicito nemmeno nelle riviste di comunicazione. Lo sappiamo bene, che ai convegni organizzati sul Web 2.o i veri problemi non sono stati mai tirati fuori.

All'estero invece, e lo sottolineo nuovamente, il dibattito è profondo, aperto e onesto.

Nuovamente Advertising Age, mette il dito sulla piaga, con un articolo di Matthew Creamer, con un titolo eloquente: Think Different: maybe the web's not a place to stick your ads, non si gira mica intorno al problema.

...Look closely at the disappointment that an advanced marketer in 2008 wouldn't be willing to spend more than that to spray its brand all over an Internet already saturated by it and you'll see very clearly some misperceptions plaguing the marketing business today. First, there's the basic mistake that marketing is synonymous with advertising. Then, there's the underexamined assumption so popular in marketing circles of all kinds that when it comes to helping companies create brands or move product the Internet's greatest use is as an ad medium.

Gli editori dovrebbero considerare Internet con occhi diversi

The internet is too often viewed as inventory, as a place where brands pay for the privilege of being adjacent to content, like prime-time TV and glossy magazines relics of the pre-blog days when getting into the media game actually required infrastructure and distribution. The presumed power of that adjacency has provided the groundwork for the media industry for decades and long ago calcified into an auspicious economic reality the big media companies are trying to take with it to the digital future. For the media seller, ads and ad revenue might be all that's left.

Gli uomini di marketing hanno oggi grandi opportunità per diventare content provider e creare connessioni dirette con il loro pubblici

The big difference is that marketers are in the same competitive set as media owners," said Matt Freeman, CEO of Tribal DDB. He cites Pepsi, one of Tribal's clients, as an example of a company that could be a giant media player if it wanted. It doesn't want to because the big traffic it gets at its corporate websites has nothing to do with how it's valued. But the twist on media and marketing convention is clear: "Before there was an investor and a recipient of that investment. I think today you have much more of a triangulation where marketers can invest directly in going to consumers, obviating the need for media owners. They are not necessarily the client of owners and, in some cases, they are their competitors."

Andiamo oltre la pubblicità, cominciamo a creare reale valore per tutti i pubblici.

Functionality, utility -- whatever you want to call it -- brings a different level of engagement from consumers. Because people click on these things freely and voluntarily, because it helps them to get something done, they come to them with a different mindset than they do marketing communications that interrupts, whether a TV commercial or a pop-up ad online. Put simply, they want to be there.

There's one other thing about them: Unlike that TV spot, the cost of distribution is very small if not free.
For marketers and agencies it's a sea-change in how you do your business. "It's easy for clients and agencies to think about banners and email because buying banners is like buying outdoor and email is like direct," said Mr. Kaufman. "That is very different than nurturing the community of your customers, providing great content or executing transactions."

There are already tons of reasons to be skeptical about hopes for mingling the intense sociality of the web with an interloper like an advertisement. In its fourth-quarter results, Google noted the difficulty MySpace, with whom it has an ad arrangement, has in monetizing its immense traffic. Before that, Facebook, the fast-growing No. 2 player, lost momentum when its plan to turn user recommendations of products and services into ad inventory ran smack into a wall of privacy complaints. While users might be eager to talk about brands and products, as Facebook has maintained, they don't necessarily want to do so with some drooling corporation looking over their shoulders and broadcasting their recommendations to the world in sponsored boxes.

The difficulty begs several important questions, among them whether all this is just an attempt to make money off the unmonetizable?
All that murkiness, of course, doesn't show up in all those gleeful spending forecasts. The study Mr. Freeman said he wants to see looks at all the impressions on the web and discerns what percentage come at properties owned by professional media sites -- from Yahoo to News Corp. -- and what come from amateur, peer-to-peer, or sites owned by marketers. "My bet," he said, "is that it's only a small percentage of engagement that's monetized.

"Perhaps it's a doomsday scenario for too many companies to really contemplate, but it's not an entirely new meme. In an interview with the website The Art Bin, web designer Jakob Nielsen, an expert in user behavior who once worked for Sun Microsystems and now consults with Fortune 1000 companies on corporate websites, made the following declaration: "The basic point about the web is that it is not an advertising medium. The web is not a selling medium; it is a buying medium. It is user-controlled, so the user controls, the user experiences."

E' del tutto evidente, che il web advertising sia destinato a crescere moltissimo nei prossimi anni, ma sarebbe utile cominciare a discutere seriamente anche della comunicazione sul web di tipo non pubblicitario.

Mi chiedo ora che l'Art Directors Club, ha un nuovo Consiglio Direttivo, se sarà possibile ragionare anche su questi temi, prendendo esempio da ciò che cominciano a scrivere/dichiarare pubblicamente i creativi statunitensi.

"Maybe we're All Missing the Point When It Comes to the Internet".
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